NUOVE E/O DISTORTE GESTUALITÀ

 

Daniele Piazzi

 

1. Cosa sta succedendo nel ‘fare’ liturgia?

Scorrendo le lettere che arrivano al noto mensile Vita Pastorale si nota che la preoccupazione rubricale o meglio, più positivamente del ‘come' celebrare, non è morta. In genere si chiede se un tale o il talal­tro gesto che viene inserito nella sequenza di un rito sia appropriato, oppure se il tale gesto previsto dal rito sia eseguito nel modo corretto.

La stessa campagna denigratoria portata avanti dai gruppi 'tradizio­nalisti' contro la riforma liturgica mi sembra che vada a sottolinea­re le medesime dimensioni rituali. Prima condanna: dalla riforma in poi ci si prende la libertà di inserire riti e testi non legittimi, perché non approvati, quindi non ecclesiali, quindi non liturgici e quindi eterodossi. Seconda condanna: la riforma ha alterato le sequenze ri­tuali della tradizione, per cui i riti attuali (anche eseguiti come sono scritti) non sono in continuità con il passato e pertanto non hanno la connotazione di ecclesialità che si vorrebbe far credere. L'uno e l'altro atteggiamento produrrebbero una situazione teologicamente scorretta e quindi eretica. Una cosa dobbiamo riconoscere ai tradizionalisti: anche se hanno sacralizzato una stagione recente del culto cattolico (l'epoca contemporanea post-tridentina) scambiandola per la tradizione intera, essi, però, non hanno perso il concetto che ‘come’ si celebra dà forma alla fede autentica.      

È anche l'aspetto formativo che è rimasto fragile nella riforma liturgica. Pastori, ministri liturgici e fedeli non hanno ancora sufficiente mente percepito che il ‘come’ si celebra in liturgia contiene il 'cosa' si celebra, il mistero nel quale si deve essere accompagnati attraverso la via del simbolo. In liturgia forma e contenuto si identificano, come nella comunicazione simbolica lo sono messaggio e linguaggio.

Quello che per i tradizionalisti è una questione di ortodossia che deve fare risplendere la grandezza di un mistero impenetrabile, per i ministri della liturgia del Vaticano II deve essere una questione di ortoprassi: celebrare correttamente e bene perché chi celebra faccia davvero esperienza del mistero di Dio che ci salva, davvero celebri ‘quella’ fede che riscatta l'uomo e non un'altra. Perciò la questione delle rubriche anche nella stagione del Vaticano II non deve morire, ma deve trovare un contesto solido e nuovo. Nuovo? Non penso! Non è nuovo, è connaturale al fatto stesso che i riti sono riti, cioè azioni da eseguire.

Senza discutere caso per caso per verificarne i pro e i contro, pro­vo a fare una specie di elenco di 'abusi' liturgici secondo alcuni, di ‘adattamenti’ pastoralmente efficaci secondo altri.

 

 

2. Cosa si aggiunge e non si dovrebbe?

Ripercorriamo la struttura rituale dell'eucaristia. A volte i riti d'in­gresso diventano elefantiaci. Nella processione iniziale entra chiun­que: bambini della prima comunione, padrini, madrine, genitori, squadre parrocchiali. Spesso si entra con tutto (bandiere, stendardi, oggetti vari, cartelloni didattici) meno che con la croce, i ceri e l'in­censo. L'atto penitenziale o viene enfatizzato o viene tranquillamente omesso.

La liturgia della Parola presta il fianco a drammatizzazioni o a logor­roici commenti, che diventano altrettante omelie. Negli anni Settanta/ Ottanta si dimenticava – a volte – il contenuto delle letture proclama­te e l'omelia veniva trasformata dai ‘progressisti’ in un momento di te­stimonianza/denuncia; dai ‘tradizionalisti’ in una catechesi o tomista o moralista o devozionale o apocalittica. La preghiera universale o dei fedeli vede l'aggiunta di un'Ave Maria intercessoria alla fine...

Il momento più topico delle aggiunte è la processione offertoriale: si porta di tutto, dal computer alla Bibbia; dalla gallina al pallone.

Al fondo, molto al fondo, di una lunga e variopinta teoria arrivano due insignificanti ampolline e una misera patena con poco pane per i fedeli, perché tanto c'è nel tabernacolo la pisside già piena!

Anche la preghiera eucaristica conosce le sue ‘aggiunte’: c'è chi corregge frasi e parole; chi ne aggiunge di sue, chi vuole a tutti i costi ricordare una per una tutte le anime del purgatorio, chi cambia tutta la preghiera.

I riti di comunione vedono catene di persone che si danno la mano al Padre nostro; la scomparsa della litania alla frazione del pane (Agnello di Dio) per lasciare spazio a un canto sulla pace. Qua e là sopravvive una ritualità che ho visto nascere a metà degli anni Settanta: i fedeli si comunicano direttamente dalla mensa dell'altare, senza ministri che distribuiscano pane e vino. Spinti da suggerimenti anche di autorevoli riviste, si ampliano i riti dopo la comunione: si aggiunge una preghiera o una riflessione che si sovrappone al silen­zio o al canto di ringraziamento previsti dal rito e che relega in se­condo ordine l'orazione post communionem. Spesso si sentono dare gli avvisi proprio qui, al silenzio dopo la comunione, perché così la gente è seduta e si annoia di meno.

I riti di conclusione vedono prima o dopo la benedizione l'inser­zione di preghiere del buon cristiano o l'aggiunta di un canto, nor­malmente mariano.

La liturgia delle Ore, meno celebrata dell'eucaristia e in genere ri­servata ad assemblee un po' di élite, non vede grandi manomissio­ni. Tutt'al più vedo maldestri inserimenti di lucernari ambrosiani o pseudo-orientali all'inizio che cozzano con l'inno e monizioni iniziali inserite a forza. Si osservano cambiamenti di letture brevi in lunghe, ma non bibliche, e spesso di brani evangelici che normalmente a Lodi e Vespro non andrebbero scelti; bracieri d'incenso al Magni­ficat. Nelle parrocchie o comunità religiose si verifica spesso la co­stante fusione di Lodi e Vespro con la messa e a volte con soluzioni di reciproca integrazione non secondo le rubriche. In alcuni luoghi cosa non si fa per moltiplicare non la grazia del sacramento, ma lo stipendio: l'ufficio funebre imperversa quotidianamente e spesso si fonde insieme ufficio dei defunti e messa del giorno, o si vende per ufficio dei defunti l'ufficiatura del giorno.

La maggior parte di queste ritualità ha – ovviamente – le sue ra­gioni e i suoi torti. Non è il caso qui di disquisire una a una. Quasi tutte peccano, le motivazioni, di desiderio di ‘attualizzare' i riti non sostenuto da una buona formazione teologico-liturgica. Spesso non ci si rende conto che anche a livello pastorale, di coinvolgimento dell'assemblea, le continue variazioni del rito generano l'effetto op­posto: per sua natura il rito è ripetizione, certo non va estenuato, ma la continua modificazione della sequenza rituale non costruisce l'habitus e l'habitat del credente.

 

 

3. Come si fa, mentre si dovrebbe fare diversamente?

Se la fantasia dei 'novatori' ha riempito i riti di gesti e segni altri, rispetto ai previsti, c'è però tutta una prassi liturgica che invece i riti o li semplifica (e spesso è saggezza) o purtroppo li mutila, li omette o – peggio – li maltratta non eseguendoli bene.

Che dire, per esempio, di ingressi che non sono ingressi iniziali, ma corse sbrigative da uno sgabuzzino-sagrestia? Di presidenti che ignorano sede e ambone e moderano la preghiera solo dall'altare ridotto a scrivania?

C'è ancora chi dimentica che la CEI ha stabilito l'uso in Italia nei giorni festivi di tutte e tre le letture e che, quindi, si permette di can­cellare le lettere di Paolo dal canone dei libri ispirati. Risulta sempre più difficile trovare sussidi e pubblicazioni che suggeriscano pre­ghiere universali o dei fedeli che rispettano sia la sequenza prescritta delle intenzioni, sia il suo genere letterario.

Per quanto riguarda le oblate, si contano a pochissime le comunità parrocchiali che seguano la regola di usare un solo calice e una sola patena dalle quali dividere pane e vino alla frazione (CEI, Precisazio­ni 4 e 7).

Spesso le diverse preghiere eucaristiche non sono note ai fedeli, perché presidenti poco fantasiosi aprono il Messale alla sola preghie­ra eucaristica II.

Le concelebrazioni si moltiplicano a dismisura e c'è la gara a garan­tire che tutti possano alzare qualcosa alla dossologia finale della pre­ghiera eucaristica, o che ciascun concelebrante abbia a disposizione a 'sua' hostia magna. Per non parlare di assemblee che proclamano tutte insieme la dossologia finale della preghiera eucaristica e la pre­ghiera alla pace.

La frazione del pane, gesto consegnatoci dal Maestro nell'ultima Cena, è eseguito senza convinzione. Rimane, anche, sconosciuta nel­la prassi la precisazione della CEI che invita a spezzare un pane azzi­mo le cui parti possano essere distribuite davvero almeno ad alcuni fedeli. Precisazione dimenticata come quella importante contenuta nell'Ordinamento generale del Messale Romano che invita sia a con­sacrare le ostie che occorrono a ogni messa sia a favorire la comu­nione sotto le due specie (OGMR 281-283; 321; CEI, Precisazioni 4; 7; 10s.).

Non è raro, soprattutto in occasione di battesimi, matrimoni e funerali sentire presidenti che non differenziano i generi letterari dell'eucologia, delle letture e delle monizioní. Tutto è proclamato alla stessa maniera. Così come non è raro che organisti, musicisti e direttori di coro confondano il genere sia letterario sia musicale di canti e acclamazioni previsti dalle sequenze rituali.

 

 

4. Come fare?

Come uscire da questi ‘svarioni’? Direi prima di tutto evitando di entrare nel giro contorto e perverso della caccia agli abusi. Si tratta di riprendere convinti l'esortazione conciliare alla formazione liturgica soprattutto dei pastori e insieme dei fedeli, soprattutto dei ministri laici. Una formazione che non può dimenticare le tre grandi traiet­torie di studio, anche queste già elencate dal Vaticano II: la storia, la teologia, la pastorale della liturgia. Ne andrebbe suggerita una quar­ta: l'educazione al ‘come’ si celebra, attenti alla dimensione antropo­logica della ritualità.

Questa è la formazione a lunga gittata. Ma nel concreto? Settima­na per settimana, tempo liturgico per tempo liturgico? Aveva già ri­sposto tempo fa Domenico Mosso, quando invitava il presidente a essere 'strabico' con un occhio al Messale e un occhio all'assemblea.

Partire dal libro liturgico vuol dire, aiutati dalle Premesse e dalle rubriche, individuare:

a) la sequenza di una parte di rito,

b) cosa si vuole far vivere all'assemblea in quel momento;

c) ministri-attori, gesti e movimenti, parole, canti, oggetti richiesti dal rito;

d) i ‘luoghi’ interessati a quella sequenza rituale;

e) i tempi di esecuzione per non enfatizzare elementi secondari rispetto alle strutture rituali principa­li;

f) il genere letterario, la struttura linguistica di preghiere e canti.

Fatta questa operazione di vivisezione del rito e delle sue parti, con l'occhio all'assemblea si comincia a vedere cosa far emergere e cosa lasciare in sottofondo, come distribuire e a chi affidare i diversi ruoli ministeriali; quali oggetti preparare e come disporre il luogo della celebrazione; cosa c'è di equivalente nel repertorio di canti del­la comunità; cosa sottolineare in questo o quell'altro tempo o giorno liturgico, ecc.

Tutto perché, come dice ancora il Vaticano II, i riti risplendano per nobile semplicità, il che non vuol dire né sciatteria né indebita omissione di parti rituali. Mi si permetta un esempio con una punta di ironia. è meglio – per far comprendere l'eucaristia – portare una bella pagnotta di pane insieme a un enorme grappolo d'uva più un bottiglione di vino e disporli con solennità ai piedi dell'altare, oppu­re portare dei pani che verranno veramente spezzati in più parti e condivisi e fare all'assemblea la comunione sotto le due specie?

 

Dalla “Rivista di Pastorate liturgica” 276 (2009/5, settembre ottobre), pp. 50-55.